sabato, settembre 24, 2011

Teniti l'oru e mancu lu sapiti




Post Soundtrack: Indiano Salentino&Artetnika - Poppiti

- Poppiti è una storia che mi ha raccontato un signore molto saggio, il signor Stefano Mele. Mi ha raccontato questa leggenda antica che risale addirittura a quando si cercava l'oro, quando si partiva per l'America, in vari posti, alla ricerca dell'oro, tra gli indiani...
Purtroppo tra gli indiani l'oro c'era, e si è visto alla fine che fine hanno fatto. Ma per fortuna nel Salento l'oro non c'è, grazie a Dio! Ma allora lo si cercava, venivano qui nel Salento perché girava voce che tra gli ulivi, tra i nostri frutti, c'era l'oro...tra la nostra terra, si trovava l'oro. Quindi arrivavano in massa, precisamente nel capo di Leuca, perché un turista, venuto per turismo, non certo per l'oro, si è imbattuto in una piccola chiesa tra i campi, nella zona di Morciano, dove si trova questa grotta e in questa grotta c'è una chiesa. Entrando in questa grotta ha visto l'arte Salentina, ha visto dipinti e quadri, ha visto gli alberi che nascevano in questa chiesa e uscivano su verso il cielo, e uscendo vedeva la bellezza salentina, vedeva un panorama...dorato. Così ha fatto uno scherzo a tutti noi del basso Salento e si è messo a gridare per le campagne: "Ehi! Qui c'è l'oro! Qui in questa terra, tra gli ulivi, tra i tanti alberi, c'è l'oro! E se andate dritti in quella grotta, in quella chiesa, proprio lì c'è una miniera, una miniera d'oro!"
Potete immaginare tutti noi salentini, accorrere affannati, con la rabbia dell'oro in corpo. Arrivati vicino a questa grotta, questa bellissima chiesa, sono entrati in massa. L'oro non c'era. No. Ma c'era una scritta che ha lasciato questo signore, e questa scritta diceva semplicemente: "Poppiti! Poppiti ch'autru nu siti! Teniti l'oru...e mancu lu sapiti!"
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Questo discorso viene fatto da Indiano Salentino ogni volta prima di suonare questa canzone. Gli Indiano Salentino&Artetnika sono un gruppo folk salentino, che mescola sapientemente la tradizione locale della pizzica e della taranta a sonorità indiane (d'america), elaborandole molto spesso in chiave moderna. Già da questa premessa e dal discorso sopra citato, si capisce la rilevanza che la propria terra ha per questo gruppo. In ogni nota è celato quell'orgoglio che scaturisce dall'appartenenza al Salento e ai salentini, un orgoglio sano e pulito che nulla conosce del fanatismo espresso da altri popoli, ad esempio quei poveri discendenti dei celti, vestiti di verde. Succede così che da ogni nota scaturisca una gioia che trascina e commuove, ed ogni persona che ascolta si sento anch'essa salentina, seppur per i pochi minuti di durata della canzone. Il messaggio è di una bellezza rara, di un'attualità sconvolgente. L'amore per la propria terra che sempre di più perdiamo, terra non intesa come il luogo nel quale siamo nati, ma la nostra intera nazione, che ci vede sempre più divisi e schierati in gruppetti, alla ricerca di un'oro che invece è sotto i nostri occhi. Dov'è finito l'orgoglio per il nostro paese? Dov'è finito l'orgoglio di essere italiani?


venerdì, aprile 15, 2011

Troppo italiano



Sul filo di lana sono riuscito a vedere Boris - Il Film, subito prima che lo togliessero. Ci si potrebbe prodigare per ore sulle differenze che si colgono tra film e serie tv, ma credo siano del tutto inutili. Molto più interessante puntare il riflettore su ciò che li accomuna e quindi su ciò che è il messaggio che veicolano. Il concetto di base è infatti lo stesso: si potrebbe fare un lavoro di qualità ma alla fine, a causa di numerose circostanze, si fa tutto "a cazzo de cane", italian style insomma. L'importante è l'involucro e non ciò che contiene, così che il povero René è costretto ancora una volta a mettere da parte il suo senso artistico, la sua voglia di qualità, la voglia di creare un qualcosa di valido che non sia sempre il solito guscio vuoto. Quello che colpisce particolarmente è come il modo di pensare all'italiana bolli per sempre una persona al primo impatto. Se in passato hai fatto fiction, vuol dire che non vali niente, che non puoi fare cinema. Ed è così che l'opportunità di riscatto, che pur si accende in un René ormai rassegnato ad essere un regista che fa lavori mediocri, gli viene pian piano strappata contro la sua volontà, costringendolo nuovamente ad essere un regista di serie B. Quello che doveva essere un film impegnato, liberamente ispirato sul libro "La Casta" che tante verità racconta sul mondo politico, diventa per il colmo dell'assurdo un cinepanettone. Finito il film ho avuto la sensazione di aver assistito ad un brutto film, proprio per via delle ultime sequenze del cinepanettone. Solo dopo mi sono accorto che quella sensazione non era reale, perché quelle ultime scene erano appositamente assurde e ridicole, tanto che alla fine non riuscivo a capire se ridere o piangere. Un film senza dubbio comico, ma anche un film che da degli spunti di riflessione davvero ampi, che mette in primo piano delle situazioni davvero allarmanti. Quello che era nato come un progetto che metteva in ridicolo la fiction italiana prima, ed ora un certo tipo di cinema, è diventato senz'altro qualcosa di più, perché dietro ai meccanismi che portano a fare fiction e film di qualità infima, non ci sono soltanto disgrazie e imprevisti, ma si cela quello che è forse il male più grande del nostro paese: raccomandati, fannulloni, succhiasoldi, incompetenti, ladri e mafiosi. La trasposizione dalla fiction alla vita reale insomma è tutt'altro che lontana, e la metafora cinematografica è usata per raccontare una situazione che coinvolge tutto il nostro paese, a partire dal mondo politico e quello della pubblica amministrazione, dalle lobby che hanno il potere. Un sistema "troppo italiano" in cui tutto viene fatto "a cazzo de cane" per trarne profitto, un sistema che sempre di più ci sta portando sull'orlo di un abisso.