mercoledì, ottobre 27, 2010

Time to make one last appeal



Davide si risvegliò come da un brutto sogno. Aveva la sensazione che la sua mente fosse stata presa da un vortice di pensieri e trasportata via in profondità, tra le pareti scarsamente illuminate del suo subconscio. Presto però si rese conto che non era così. Si trovava sdraiato nel suo letto in un bagno di sudore. Durante la notte aveva iniziato ad avere caldo e aveva inconsapevolmente buttato a terra le coperte in una fase agitata del suo sonno Rem. Poteva scorgere il celeste del suo piumone riverso a terra, grazie ad un barlume di luce della luna piena che filtrava tramite le fessure degli scuri della sua finestra. Poco a poco capì che si era davvero risvegliato e che aveva fatto di nuovo quel sogno, il solito sogno. Si trovava come sempre immerso da capo a piedi dentro un'ampia vasca da bagno, completamente vestito. Indossava i suoi jeans preferiti, di quella tonalità di blu che a guardarla gli dava la sensazione che fosse di un colore che esistesse soltanto per lui e che nessun altro era in grado di percepirlo nella sua reale sfumatura. Ai piedi aveva le sue converse, comprate in saldo l'inverno dell'anno prima, mentre sopra indossava una pesante felpa nera che, intrisa d'acqua, bastava da sola a tenerlo ben ancorato sul fondo della vasca. Si sentiva oppresso da quella poca, ma allo stesso tempo imponente, quantità d'acqua che lo sovrastava, ma ricordava bene che era una sensazione ben diversa dal soffocamento, come se respirare non fosse per lui una necessità o addirittura come se nel mondo del suo sogno non esistesse l'aria e fosse perciò perfettamente normale che un essere umano se ne stesse immerso a lungo dentro una vasca da bagno ricolma d'acqua. L'oppressione era data dal fatto che non riusciva a tirarsene fuori, era trattenuto sul fondo da qualcosa di sconosciuto. Inizialmente nella sua mente si formava la convinzione che erano i vestiti inzuppati a trattenerlo, ma più tempo restava immerso più questa convinzione veniva meno, si formava in un angolo recondito della sua testa l'ipotesi che ci fosse qualcos'altro che non gli permetteva di uscire da li, ma quell'angolo era troppo buio per guardarci bene dentro. Perciò se ne restava lì, immerso, cercando di fare luce in quel piccolo angolino per ore ed ore, con il senso di oppressione che si faceva via via più intenso. Quando gli sembrava di riuscire nell'intento di mettere più a fuoco il vero ostacolo che gli impediva di riemergere, allora si svegliava. Anche in quel frangente era stato così, ora ne era ben conscio. Le immagini del sogno erano impresse con precisione nella sua retina, dopo l'iniziale confusione che lo aveva colto nelle prime fasi del risveglio. Quello che non ricordava assolutamente era tutto quello che era successo fino al momento in cui si era messo a letto per dormire. Ricordava che stava per mettersi a tavola a cenare, solo come sempre, e che in televisione quella sera davano Matrix, film da sempre tra i suoi preferiti, poi più nulla. Per quanto si sforzasse non riusciva a ricordare nemmeno cosa avesse mangiato e la cosa lo inquietò gravemente. Si mise seduto sul letto, con le gambe penzoloni, guardando la sua stanza illuminata dalla luna. Tutto sembrava al suo posto, nelle stesse condizioni di sempre. La riproduzione di un quadro di Chagall appesa al muro, lo scaffale alla destra del suo letto pieno dei libri che amava leggere prima di addormentarsi, l'armadio in legno di ciliegio con le ante ben chiuse. Niente sembrava fuori posto e questo stranamente lo tranquillizzò.
Sapeva bene perché quel sogno tornava a tormentarlo notte dopo notte. Sapeva cosa significava quella sensazione di oppressione che provava anche da sveglio, quella sensazione che da tempo cercava di scrollarsi di dosso senza riuscirci. Nel lavoro come nella vita di tutti i giorni, sentiva il forte desiderio di muoversi dal posto in cui si trovava, inserire un cambiamento nel meccanismo che regolava la sua quotidianità. Non era dalla routine che cercava una via di fuga, ma da se stesso, dal suo modo di vivere la vita. Semplicemente si sentiva come se fosse diventato sbagliato, una persona che detestava, era diventato tutto ciò che ormai, però, non poteva più essere. Sentiva dentro di se crescere la voglia di fare uno dopo l'altro quei passi che lo avrebbero finalmente allontanato da questa situazione, sentiva ardere il desiderio di scrollarsi di dosso il peso di una vita vissuta a metà, ma non riusciva mai a muovere un passo. Per quanto si sforzasse, quell'angolino del suo subconscio rimaneva buio pesto, non permettendogli di capire cos'era a tenerlo ancorato. Provava a fare luce con il suo intelletto, ma era come se questa venisse inghiottita dall'oscurità prima di poter illuminare qualcosa. Invano cercava di protendere le sue mani fin dove la scia di luce riusciva a penetrare il buio, alla fine si ritrovava a stringere nei pugni solo coriandoli di tenebre.