lunedì, febbraio 23, 2009

-- Heath Ledger --


Questa estate, uscendo da un cinema nel quale ero entrato per vedere un film che non mi andava di vedere, ero a bocca aperta, piacevolmente colpito, decisamente soddisfatto di quel che avevo visto. La mia riluttanza iniziale era dovuta al soggetto del film, Batman. Non fraintendetemi, io adoro i film con i supereroi dei fumetti, e non perché mi riportano all'infanzia, come qualcuno potrebbe ipotizzare, ma per quella sottile psicologia che regge un personaggio in calzamaglia, in grado di salvare centinaia di vite altrui ma impotente sulla propria. C'è da dire, e penso sia una opinione largamente condivisa, che gli ultimi film su Batman sono stati una profonda delusione, che è una frase eufemisticamente gentile per non dire che erano disgustosa spazzatura. Mi riferisco a Batman Forever e Batman e Robin. Poi negli ultimi due film qualcosa è cambiato. Questo qualcosa è uno dei registi più bravi degli ultimi 10 anni, quel Christopher Nolan che crea dei piccoli capolavori che magari non sono dei kolossal, non sono storie umane che hanno fatto il giro del mondo, non hanno racchiusa in se chissà quale morale, ma fanno qualcosa che sempre meno film fanno: ti stupiscono, ti fanno uscire dalla sala soddisfatto, sognante, piacevolmente sorpreso. Penso ad esempio a Memento e The Prestige, e l'unico aggettivo che mi viene in mente è geniali.
Christopher ha preso in mano perciò una patata bollente, prendere un soggetto che era passato dall'essere un cult (grazie alle mani di Tim Burton, un maestro del genere dark), ad essere appaiato, per spessore psicologico, grosso modo ad uno qualsiasi dei personaggi di Massimo Boldi.
Ne sono usciti due film: Batman Begins, che non ho ancora avuto modo di vedere, e Il cavaliere oscuro. Ora, fatte queste premesse, come detto ero molto riluttante all'idea di vederlo. Nel tempo mi ero completamente disinteressato riguardo Batman e quindi non sapevo nulla di nulla sugli ultimi due film. Mentre mettevo piede in sala, non sapevo chi era il regista. Mentre appoggiavo le chiappe sulla poltrona, non sapevo chi avrebbe intrepretato Joker. Mi dicevo: chissà chi è quel poverino a cui è toccato interpretare Joker e che verrà massacrato dalla critica nel paragone con Jack Nicholson, uno che si sa, i ruoli da pazzo psicopatico gli riescono particolarmente bene. Non sapevo, ed era davvero difficile riconoscerlo così pesantemente truccato, che si trattatava di Heath Ledger e non sapevo che, mentre io lo compativo per quella che invece sarebbe stata una prova di recitazione magistrale, lui era già morto. Morto.
A soli 28 anni per aver incidentalmente mischiato dei sonniferi e degli ansiolitici.
Ci sono degli attori che hanno una carica carismatica fuori dal comune, per i quali, senza che ci sia un motivo, o senza che io riesca a spiegarlo, provo una forte empatia. Forse semplicemente perché sono bravi, dannatamente bravi in quello che fanno. Mi viene subito in mente un altro attore che ho amato, forse perché anche lui morto in circostanze simili, River Phoenix.
Di Heath non rimangono che un pugno di film, il rimpianto per un talento spezzato che avrebbe regalato ancora splendide pagine di Cinema, quello che stupisce, quello che appaga, quello che fa ancora sognare. Un film, rimasto incompiuto, Parnassus che non si sa se vedremo mai (si parla di far completare le scene di Heath da Johnny Depp, Colin Farrel e Jude Law, giustificando il cambio di aspetto con un incantesimo). Ma rimane anche il rimpianto per la vita di un semplice uomo, morto a 28 anni, che lascia al mondo una figlia probabilmente troppo piccola per ricordarsi di lui.
Poche ore fa, a 13 mesi esatti dalla sua morte, gli è stato assegnato, postumo, il premio Oscar per la sua incredibile interpretazione di Joker. Ora, non ditemi che era una assegnazione scontata e già stabilita, non ditemi che tutta l'organizzazione degli Academy Awards ci ha guadagnato tantissimo nel compiere questo gesto facendosi pubblicità. Queste cose, che è normale possano sfiorare la mente, io non le voglio sentire. Guardate il film, ammirate la sua interpretazione, giudicate solo allora se lo meritava oppure no. Sono sicuro che una volta che lo avrete fatto, tornerete qui, su questo blog e, insieme a me, renderete omaggio a quel grandissimo attore che si chiamava Heath Ledger.

mercoledì, febbraio 04, 2009

C'è sempre qualcosa da perdere


Per prima cosa vorrei tranquillizzarvi. Non siete arrivati per sbaglio sul sito del Kinder Cereali e io non indosso parrucche. Questo post, riallacciandosi al precedente, intende esprime il concetto di cui il titolo, cercando di ampliarlo. Ora, dato che è mia intezione intraprendere una delle strade disegnate antecedentemente, probabilmente la foto più azzeccata per il post sarebbe stata questa, ma alla fine ho preferito la meno dolorosa bussola.
Come si diceva, c'è sempre qualcosa da perdere. E' una delle regole fondamentali nell'ambito persuasivo della negoziazione e viene insegnata proprio per impare a difendersi da essa. Questa regola è conosciuta come effetto Nahum. Lascio la parola al mio esimio collega Palmarini:

Durante la prima guerra mondiale, Monsier Nahum, ebreo di Salonicco, combatté da partigiano contro i turchi. Negli ultimi mesi della guerra, la banda cui apparteneva venne operativamente integrata in un distaccamento dell'esercito francese. Il suo amico d'infanzia Goldmann si era, invece, arruolato volontario con i francesi e aveva combattuto per tre anni, fino alla fine della guerra e alla relativa smobilitazione, con la divisa dell'esercito regolare francese. Quarant'anni dopo, quando erano ambedue da lungo tempo residenti in Francia, e ivi naturalizzati, Goldmann ottenne, dopo un certo iter burocratico, la pensione di guerra del governo francese. Un giorno, a Goldmann venne la bella pensata di incitare anche l'amico Nahum a chiedere una pensione di guerra. Cercò di persuaderlo a richiedere la pensione, offrendo la debole argomentazione che una banda di irregolari posta sotto il comando militare francese era da considerarsi, a tutti gli effetti, parte dell'esercito francese. Sulle prime Nahum non si lasciò persuadere. Ebbe il riflesso giusto, cioè quello di mettersi a ridere e controbattere che l'idea era semplicemente pazzesca. Goldmann però insistette, e piano piano riuscì ad instillare nella testa del vecchio Nahum una serie di strampalate giustificazioni, infondate equipollenze, con in più la prospettiva di un aiuto da parte di un conoscente al Ministero. Ma soprattutto, soprattutto, usando l'eterno, irresistibile, stupido argomento:"Tanto non hai niente da perdere". Monsieur Nahum si assoggettò a una vera e propria odissea di anticamere, code, bolli, timbri, traduzioni legali, dichiarazioni giurate, convalide notarili. Quanto più cresceva il fastidio di queste interminabili pratiche, tanto più si faceva strada nella sua testa l'illusione (davvero una pura illusione cognitiva) che questa benedetta pensione gli era, in fondo, dovuta. Inconsciamente, come spesso succede in questi casi, la fatica stessa della lunga pratica sembrava potesse meritargli, da sola, la pensione. Un bel giorno, infine, arrivò dal Ministero la fatidica, inappellabile e prevedibilissima lettera che, in sostanza, gli diceva picche: la tanto sospirata pensione non era stata accordata, né lo sarebbe stata mai. Ebbene, la stessa persona che un anno prima aveva riso all'idea, adesso entrò in uno stato di depressione davvero preoccupante. Non parlava più con nessuno, non mangiava, non usciva di casa per giorni di fila. Tirarlo fuori dalla depressione richiese tempo, cure mediche e tutta la sollecitudine della famiglia. Nella sua mente, si era pian piano stabilizzata una situazione immaginaria di status quo. Da mesi aveva preso a progettare in dettaglio tutto quello che avrebbe fatto con i soldi di quella pensione. Averla era diventata per lui la situazione di base, mentre perderla costituiva adesso per lui una privazione insopportabile.
Non lasciamoci mai persuadere dall'argomento tanto non hai niente da perdere. C'è sempre qualcosa da perdere! Al minimo, la nostra tranquillità, e al massimo la nostra autostima e quel po' di fiducia che abbiamo nella vita, negli altri, nelle istituzioni.

Massimo Piattelli Palmarini
L'arte di persuadere

Aggiungo che tutto questo non si traduce nell'immobilismo, cosa che si potrebbe dedurre da queste parole. Significa che nell'affrontare qualcosa bisogna sempre fare il conteggio dei pro, ma anche dei contro, che, come si capisce dall'esperienza di Nahum e da tante altre che potrebbero essere apportate a supporto, ci sono sempre.

martedì, febbraio 03, 2009

Meglio rischiare, sai, che non concedersi mai




A destra, nel mio profilo, da diversi mesi c'è una frase a cui tengo particolarmente. Una citazione di un uomo che ha sempre cercato di metterla in pratica, nonostante spesso abbia ceduto e chiuso gli occhi.
Comunicare non è mai facile, sicuramente non è mai innocuo. Spesso nella vita mi sono sentito ripetere frasi quali: "Non hai nulla da perdere" oppure "Non ti costa nulla". Beh non è vero. C'è sempre qualcosa da perdere, c'è sempre un costo da pagare. Perdere tempo... o perdere l'autostima o molto di più. Probabilmente è una fase che tutti hanno passato o passeranno...è stato così anche per me, non mi mettevo mai in gioco e per anni non ho scritto la mia storia. Questo da senz'altro l'impressione di non perdere nulla, ma è solo apparenza, perché in realtà non si guadagna nemmeno nulla. Ma non stiamo parlando, fate attenzione, di un guadagno meramente probabilistico, di un avvenire che è situato sul piano del forse. Vivere è in realtà già in se stesso un guadagno, perciò tutto il tempo in cui noi non viaviamo, tutto il tempo in cui stiamo ad occhi chiusi senza comunicare, è un tempo in cui il guadagno che naturalmente ci spetta non viene retribuito. E' perso, ancor di più...sprecato. A volte la realtà non ci piace è una lama sottile che siamo costretti ad assaporare troppo a fondo. Penso alle relazioni sbagliate, alle persone che incrociano il nostro cammino per svanire poi chissà dove, agli affetti che si perdono per circostanze che appariranno come la polvere su di un tavolo di vetro, alle persone che non ci sono più e abbiamo perduto (forse) per sempre. A tutto l'amore profuso, che sembra sprecato. Penso alla paura di perdere la cosa più importante che ho, alla violenta certezza che la tentazione di chiudere gli occhi sarà lacerante.
Guardando indietro però, vedo che solo quello che ho scritto é ciò che mi fa sentire vivo.