domenica, luglio 15, 2007

Non disprezzare


Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza
L’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso
Perché quando saranno passati amori e battaglie
Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza

Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota
Il poco, il meno, il non abbastanza.

Stefano Benni

Una questione di cellule cerebrali



Da: La leggenda di Bagger Vance


- Quanto è ubriaco uno ubriaco abbastanza Capitano Junuh?
- Bella domanda, vieni a sederti qui Hardy. Te lo dico io quando uno è ubriaco abbastanza.Dunque, la domanda in questione è: quanto è ubriaco uno ubriaco abbastanza. E la risposta è che è tutto un problema di cellule cerebrali.
- Cellule cerebrali???
- Ma certo Hardy, vedi ogni sorso di liquore che tu bevi uccide mille cellule del cervello, ma questo non importa perché ne abbiamo miliardi di altre. Prima muoiono quelle della tristezza, per cui ti fai una gran bella risata. Poi se ne vanno le cellule della calma e così tu cominci a parlare a voce molto alta anche se non hai nessun motivo per farlo, ma questo va bene perché le cellule stupide se ne vanno subito dopo così dici cose intelligenti. E alla fine tocca alle cellule della memoria…che sono figlie di puttana dure a morire

Già, gran figlie di puttana. Ma nel mio povero cervello deteriorato ci sono cellule di un’altra tipologia ancora, più stronze di quelle della memoria perché non sembra ci sia modo di ucciderle. Le ho soprannominate cellule Die Hard e sono quelle... beh vediamo chi ci arriva. Per voi c’è qualcosa di meno mortale della memoria? Nel mio caso la risposta sta nella domanda stessa.

Un popolo di imbecilli

La mamma degli imbecilli è sempre incinta

Giles Elgood, un giornalista britannico della Reuters, dopo aver ricevuto una multa presa ad Agrigento lo scorso anno e non pagata all'epoca, ha avuto la sorpresa di scoprire che la multa lo aveva inseguito anche in Gran Bretagna. Tra il pentito, l'ironico e il frustrato, Elgood, in un pezzo pubblicato dalla sua agenzia con il titolo "Il mio inferno per la multa siciliana", (poverino, deve aver sofferto tanto!) racconta i suoi tentativi, di saldare il suo conto con la polizia municipale agrigentina.
La contravvenzione è per aver parcheggiato su un marciapiede vicino alla Valle dei Templi. Il povero giornalista si è discolpato dicendo: "Tutti facevano così e il parcheggio sembrava pieno". Trovata la multa sotto il tergicristallo, Elgood decide che non vale proprio la pena di pagare: "Dopotutto in Italia nessuno paga le multe e ogni tanto spunta una specie di condono per questo genere di cose. O quella è la Francia?". Mi sorge il dubbio che gli sia spuntata pure l’aureola su quella sua gentile testa di cazzo mentre diceva queste parole. Prende anche per il culo l’inglesino! Ma forse siamo noi che ci facciamo prendere per il culo. Magari ci piace, ci prendiamo per il culo anche da soli.
Fortunatamente la polizia municipale di Agrigento, non ha mollato e rintracciato Elgood gli ha mandato la multa a casa, a Londra. Ma a causa dei codici internazionali che gli vengono comunicati e che risultano errati, il suo bonifico torna indietro. Così Elgood decide di arrendersi, lui ci ha provato a pagare dopotutto. Se gli italiani sono dei poveri decerebrati non è colpa sua.

Si parla tanto, recentemente, su giornali, in tv, sui blog, sui media in generale e tra le persone, di un’Italia che deve assolutamente affrontare un cambiamento. Dal punto di vista dell’economia internazionale e del processo di sviluppo del paese, nelle istituzioni, nei sindacati, nel lavoro ecc. ecc. A sentire queste cose mi viene da ridere (per non piangere).

Se persino un inglesino merdino ha capito con due secondi quanto siamo immondamente cerebrolesi e quanto poco ci vuole per mettercelo nel culo, mi sembra ovvio che il cambiamento di un paese popolato di opportunisti e menefreghisti debba partire da molto, molto più in basso. Per far funzionare le cose bisogna innanzi tutto cambiare mentalità. O per lo meno avere la decenza di smettere di lamentarsi che tizio o caio, destra o sinistra al governo, non stiano facendo un buon lavoro. Almeno tacete e continuate a percorrere il vostro menefreghismo, e già che ci siete, fate un applauso all’inglesino. Se lo merita tutto.

Sindrome di Stoccolma


Colonna sonora: Muse – Stockholm sindrome

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera:

La sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica nella quale una persona vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi (in alcuni casi anche fino all'innamoramento) nei confronti del proprio rapitore.Viene talvolta citata anche in riferimento ad altre situazioni simili, quali le violenze sulle donne o gli abusi sui minori e tra i sopravvissuti dei campi di concentramento. La sindrome deve il suo nome al furto alla "Kreditbanken" di Stoccolma del 1973 durante il quale alcuni dipendenti della banca furono tenuti in ostaggio dai rapinatori per sei giorni. Le vittime provarono una forma di attaccamento emotivo verso i banditi fino a giungere al punto, una volta liberati, di prenderne le difese e richiedere per loro la clemenza alle autorità. Il termine fu coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot, il quale aiutò la polizia durante la rapina. Fu usato per la prima volta durante una trasmissione televisiva.

Inizialmente pensavo fosse uno dei tanti procedimenti assurdi con il quale il nostro cervello ci fa reagire agli stimoli esterni, una di quelle situazioni che ti risultano incomprensibili finché non ti ci ritrovi dentro. Potrei dire che è nella natura dell’essere umano innamorarsi della propria sofferenza e che un mondo in cui tutti sono felici porterebbe paradossalmente all’infelicità. Potrei dire che per ogni persona che sta bene, ce n’è una che sta male poiché è così che va il mondo. Ed in effetti lo dico, perché un fondo di verità in tutto questo c’è. A prescindere da un caso estremo come la Sindrome di Stoccolma, pensate a quali sono le persone a cui tenete di più. Sono quelle che in un modo o nell’altro hanno causato sofferenza, sono quelle con le quali non è sempre stato facile rapportarsi, sono quelle che, come nella Sindrome di Stoccolma, vi portano a pensare che il piacere e il dolore abbiano lo stesso sapore.

[chiedo venia per la citazione di Tiziano Ferro, ma ammetterete che la frase merita…;)]

venerdì, luglio 06, 2007

My heart has a mind of its own



Con mia profonda insoddisfazione non sono riuscito a trovare la giusta traduzione a questa frase. Non che non sia stato in grado di arrivare a possibili interpretazioni come: “Il cuore ha una mente propria” oppure “Il cuore ragiona per conto suo”. Di frasi correnti come queste ne ho trovate svariate, frasi dall’inadeguatezza quasi esiziale. Poi in modo repentino mi è tornata alla mente una frase, letta molto probabilmente sulla carta di un Bacio, di Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni che la Ragione non conosce”. Dopo un istante di appagamento è tornata però la frustrazione della consapevolezza che nemmeno questa frase poteva fare al caso mio. Nonostante quel “mind” infatti, nell’idea che mi si era formata dentro, dire che il cuore ha delle “ragioni” non poteva riuscirmi accettabile. Eppure la frase dentro di me è così nitida, so perfettamente cosa significa…in inglese. In italiano la traduzione compromette notevolmente l’accezione di una frase solo in apparenza così essenziale. La frustrazione ha per poco tempo lasciato spazio alla soddisfazione di avere per lo meno una buona competenza metalinguistica inglese, tanto da non aver bisogno di riportare quelle parole nella mia lingua per capirle. Ma poi mi sono sentito stupido, 15 anni a studiare l’inglese (per quanto spesso in maniera approssimativa) e non sono in grado di tradurre una frase di 8 parole?
Soltanto in seguito ho capito che l’intelligenza stava proprio nel non riuscire a tradurla. Ci sono cose che possiamo interpretare e comprendere con la mente, altre il cui significato va lasciato decifrare al cuore. A mescolare le due cose si rischia sempre di restare intrappolati in un dedalo che non porta da nessuna parte. Questo sta a significare questa frase, e questo stesso è il suo significato. Dentro di me tutto questo lo sapevo già. Non capivo però l’inutilità di giungere razionalmente alla soluzione di ciò che razionale non è.

“L’amore è la saggezza dello sciocco e la follia del saggio” – Johnson.

L’intelligenza non sta nel fare un post in un linguaggio un po’ più ricercato e con termini forbiti quali “esiziale” o “competenza metalinguistica”, non sta nello scherzetto socratico di sapere di non sapere, non sta nella cultura dimostrata citando Johnson o Pascal, altrimenti qualsiasi idiota con una sufficiente formazione scolastica potrebbe avere la presunzione di definirsi intellettuale…e con la presunzione non si va lontano, si rischia di scambiare la profondità di un lago con quella di una pozzanghera..
Saggio è quel folle che sa guardarsi dentro e vede un po’ più di qualche centimetro d’acqua, saggio è quel folle che riesce ad accettare che mente e cuore non vanno di pari passo.
Saggio è quel folle che ha capito come amare.